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Quando essere epilettiche è un piacere


mewearpurpleE’ successo ieri, mentre andavo a trovare mamma e parlare col medico: ZOT! una bella crisi con caduta a terra, ma non forte o da perdere il contatto con la realtà. Di quelle miste che mi prendono in periodi di stress particolare.

Andavo da mamma, dicevo: cado in avanti, pesto sicuramente i piedi a due signori (che poi sono quelli che mi aiutano e mi fanno sedere) e nel frattempo sento verso il fondo del mezzo due signore che ridacchiano, appena cado. Fa certamente ridere una persona che – come me – cade in modo scomposto. E’ lo stesso meccanismo della caduta che scatena la risata. Ma a tutto c’è un limite.

Perlomeno questo è ciò che penso: che i limiti ci siano e che occorra rispettarli. Forse, però, non è così per tutti. Signore (come vedrò successivamente) ben vestite, scarpe e borse “allammoda”, ma da piccoli cervelli rinsecchiti. Perché è vero che sono io l’epilettica, ma  il cervello manca a loro.

Solo questo.

Punto.

sV3vA

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La professionalità non è qualcosa di superfluo


- IL C O R R I E R E della S V E V A -- Un altro punto di vista

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In tempi come quelli attuali, dove tutto è smart, chip e cool, parlare di professionalità, sembra quasi tirar fuori da una libreria scura e pesante, un tomo di oltre duemila pagine, impolverato, scuro e pesante.

Con talmente tante parole da sentirsi appesantiti da tanta cultura, solo alla prima occhiata.

Diversamente, chi cerca di sentire la professionalità come punto principale di partenza del proprio lavoro (e ormai posso dirlo: qualsiasi lavoro), percepirà questa la caratteristica più importante come conditio sine qua nonandare avanti risulta impossibile.

Posto che – come detto – in ogni lavoro dovremmo trovare il nostro punto sulla professionalità, in alcuni più di altri questo sforzo dovrebbe essere portato all’estremo.

Il giornalismo è uno di questi e l’esempio che faccio non è un caso, perché mi ha presa (investita) in pieno oggi.

Questo accadimento mi ha presa più nel profondo di quanto potessi pensare così mi son…

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Zodiac, non mi chiamo Paul Henry.


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È così, alla fine vedi un film e ti ci riconosci; a me è successo con Zodiac. La storia di un assassino e della lunga lotta per trovarlo, tra giornalisti, polizia e lo stesso assassino. Tra i giornalisti ne spiccano due del San Francisco Chronicles: uno sgamatissimo, molto presente, veloce… Dalla penna velenosa e facile (Paul Henry, ci rivedo due colleghi). Un altro lento, razionale e molto ponderato, mi somiglia (nel film è un fumettista). Partenza lenta, pensiero lento… Ma alla fine arriva al punto. QUEL punto che nessuno ha considerato; quello così nascosto e insignificante, che di solito se è un servizio, si appioppa alla giornalista sfortunata di turno. O a quella appena arrivata. Che, considerando tutto, alla fine fa BUM! e per via della lentezza batte tutti. Ecco.

Caro Zodiac, non mi chiamo Paul

Henry”.

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