Buon 2020, con un po’ di ritardo e una casa da finire


Salve, svevanettiani e affini. Sono in ritardo con gli auguri di quest’anno, perché in qualche settimana abbiamo fatto trasloco da Châtillon a Loiano – come previsto, abbiamo gettato basi per collaborazioni sul nuovo territorio scoprendo che le persone positive c’erano e bisognava solo stimolare un po’ la loro fuoriuscita (la mia proverbiale polvere di stelle alla Trilly ha fatto il suo dovere, vado in giro con i cuoricini negli occhi, pronta a smentire ogni parola del post precedente. Evviva la positività e l’ottimismo!) e forse due o tre degli sfortunati haters incontrati ahimè anche a Loiano, hanno scoperto di avere vita “difficilerrima”.

Dunque o prodi scaricatori di scatole, avviluppatori di chilometri di nastro adesivo, imballatori di ogni ammennicolo, alla fine siamo arrivati e tra sei giorni conteremo ben un mese alla nostra definitiva discesa in queste lande.

Cosa mi ha colpito nello specifico? Fatemi pensare: fa freddo, ma vedo sempre la luce e il sole da mane a sera, si beve un buon caffè, gli affettati sono buoni, la carne pure (come in Valle, devo dire. E lì le mucche erano davvero felici poiché pascolavano appena il tempo era bello e nessuno si sognava di rinchiuderle da qualche parte – se non quando il tempo era brutto, solo per ricovero).

Si respira aria di “maretta politico – azzuffa popolosa”, quindi immaginatevi l’Emilia Romagna tutta, pure in questi luoghi, piena di persone che fanno capannello per discutere del più e del meno salviniano o piddino (sempre se la “sinistra” continuerà a chiamarsi così, dato che sembra si stia andando incontro a un’altra “COSA”).

A Loiano mancano cose fondamentali come un ATM alle Poste (due sportelliste sole): per prelevare si va in un altro paese quando il sabato si fa la spesa e manca qualche marciapiede, il che deve farci stare attenti alla velocità delle macchine, ma nulla che possa spaventare chi proviene da città come Milano, dove ognuno la velocità se la crea a seconda del quartiere dove vive (dipende dalle strisce pedonali, dai semafori e dalla lunghezza del percorso e in periferia tutto questo di solito è sinonimo di rispettare diversamente il codice della strada).

Il resto è meraviglioso e aspetta solo di essere scoperto. Ve ne darò conto al prossimo post.

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I 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti umani


Eleanor Roosevelt con la prima copia della Dichiarazione universale dei diritti umani

La Dichiarazione universale dei diritti umani compie 70 anni oggi.

“E chissenefrega” direte voi. Infatti, è proprio così: un chi se ne frega dopo l’altro, siamo tornati indietro ai tempi del razzismo dove non tutti gli uomini (e le donne) nascevano uguali con gli stessi diritti, per lo studio, lo sviluppo nella società, le cure e ancora la diversità di genere (questo è un punto in Italia di fatto irraggiungibile).

«Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.»

(Il primo articolo della Dichiarazione)

A parole l’essere umano è bravissimo: fa dichiarazioni da brivido, dopo le guerre, le stragi, le disgrazie più o meno naturali.

A parole.

L’applicazione delle stesse poi non trova mai terreno fertile. Riusciamo a dire cose bellissime e nello stesso tempo a non farle, perché sono talmente belle da risultare utopiche.

Viviamo nel mondo di pongo della fantasia: qualcuno ci ha provato anche con la “non politica”, quella cosa che doveva portare case di vetro laddove c’erano la gestione della cosa pubblica, aprire la politica al popolo, togliere i soldi e le ruberie ai potenti e riguadagnare terreno alla giusta politica che avrebbe dovuto fare funzionare le città.

Di solito queste dichiarazioni non oltrepassano la soglia delle parole, ma qui c’è stato il tentativo. Poi, come in tutte le cose umane, l’accomodamento delle terga sulla pelle delle poltrone del potere fa cambiare idea.

È successo lo stesso alla Dichiarazione universale dei diritti umani di 70 anni fa.

Che — per l’appunto — è rimasta solo una dichiarazione: essendo nei sogni degli uomini, si insegna ai bimbi quando son piccoli come una favola. Poi appena cresciuti, gliela si fa disimparare: vuoi mai che crescano adulti con alto senso dell’impegno sociale che pensino che sia una cosa davvero applicabile.

Se siamo arrivati a rendere le ONG fuori legge, i salvataggi in mare fuori legge, se siamo arrivati a fare morire le persone girandoci dall’altra parte solo perché siamo nati da questa parte del mondo, se siamo arrivati a pensare che ci sia una parte giusta e una parte sbagliata del mondo, una religione giusta, una sbagliata, se ci siamo scandalizzati ogni volta per il corpo di un bimbo morto tirato a riva dal mare e abbiamo gridato “mai più” e ogni volta era la stessa cosa… Significa che la Dichiarazione universale dei diritti umani a noi fa proprio ridere dato che la calpestiamo ogni giorno.

Non prendiamoci in giro, la conclusione logica è che la Dichiarazione universale dei diritti umani a 70 anni è vecchia: possiamo disfarcene, cancellarla.

Tanto ormai non ha nessuna applicazione utile.

Sveva Stallone

Giornalisti: il Movimento5Stelle offende pu**ne, pennivendoli e sciacalli. E pure noi giornalisti.


img_-2vya57664890268.jpgÈ chiaro che stare in Sudamerica, dove non è semplice vedere né la democrazia, né il giornalismo andare gioiosamente incontro alla macchina della società può offuscare la vista. Così per  Alessandro Di Battista, uno dei tanti leader del Movimento Cinquestelle che invece di gioire per l’assoluzione di Virginia Raggi, sindaca di Roma, perché il fatto non sussiste dà a tutti gli iscritti alla categoria e soprattutto a quelli che hanno seguito il caso, una serie di epiteti indicibili: pu**ne, pennivendoli (dell’informazione, si sa), sciacalli. Al link trovate la descrizione di ciò che ha “scatenato l’inferno” della mobilitazione dei giornalisti in Italia oggi, contro alcuni “big”del Movimento che ogni tanto cadono con degli scivoloni di stile pazzeschi (e ho usato un sottile eufemismo).

Premetto che prima di scrivere questo post ho letto le posizioni, mi sono ricordata del lieve attacco della ragazza grillina sul mio profilo FacciaLibro (nonostante fosse aperto solo agli amici, era entrata in qualità “amica di”), ho letto del  collega che ha trovato solo politici grillini onesti  e sinceramente riflettuto molto sul da farsi.

Subito dopo pranzo le dita mi sono “scappate” su un tweet  innocente, nulla di che…, ma di certo non potevo fermarmi lì. Sento che – nel mio molto piccolo (MOOOLTO PICCOLO), qualcosa devo dirla. Qualcosa sulla difesa al diritto dell’informazione, che ci sta anche quando si parla di te, di me, di chiunque. Non solo quando si parla di altri.

Non siamo ai tempi del MINCULPOP (Ministero per la Cultura Popolare. Nel link un po’ di storia), per cui si deve accettare una sola veduta, leggere la Storia con un solo paio di occhiali, dettata da un solo uomo che ha in tasca la Verità Assoluta e Suprema, cari signori Di Battista e Luigi Di Maio (anzi, collega Di Maio).

Siamo ancora in un’Italia democratica, sebbene questo termine faccia spavento a chi non sa governare e cerchi di “costringere” sempre di più ambiti che non comprende (il giornalismo, ma prima ancora la scienza perché – come affermava qualche giorno fa il ministro per il Sud (?) Barbara Lezzi, “bisogna dare spazio a tutte le posizioni nella scienza, facendo un’informazione a 370°” e sì, avete capito bene).

Così, spiegare il giornalismo a “lor signori” non è facile, ma ci proverò spiegando i suoi lavoratori. Aprite bene le orecchie, ministri e grillini a prescindere: i giornalisti sono persone che cercano di leggere i fatti che gli si presentano dinnanzi, con occhi diversi dai vostri, leggerli in modo critico, mettendo insieme fatti, cifre, ragionamenti (i vostri comunicati) ascoltando le diverse fonti, parlando con colleghi e scrivendo pezzi o mettendo insieme servizi radio tv o su Internet.

È un lavoro sporco, ma qualcuno dovrà pur farlo, anche gratuitamente scrivendo un post, magari per quella sensazione di “rabbia contenuta”, quell’urlo che vorresti tirare fuori e che non puoi. Certo, fino a che esisteranno persone che avranno un felice pensiero diverso, saremo in democrazia e questo è di per sé molto confortante. Il domani ce lo saprà descrivere solo un altro incidente diplomatico, un’altra frase fuori dal contesto, un altro “non sono stato compreso”, “non ho mai pronunciato quelle parole” o peggio l’ennesima denuncia per diffamazione.

Ora si è fatto tardi, vado a sbarrare la porta.

Sveva Stallone

Giornalista, pennivendola, sciacalla, pu**na quando serve.

Ah, Ki mi PAKA?